Fa sempre piacere leggere certe cose dopo essersi iscritti…

A separarli c’è solo una piazza. Meno di un minuto a piedi. Così, ogni giorno a Messina, il palazzo di giustizia e l’università più violenta d’Europa si guardano in faccia. Da una parte lei, l’università con i suoi 42 mila allievi, i 1.300 professori, i 4 mila dipendenti e le centinaia di miliardi di appalti che solleticano gli appetiti di Cosa nostra e ‘ndrangheta. Dall’altra il palazzaccio, il regno delle toghe adesso infangate dagli arresti del superprocuratore Giovanni Lembo e dell’ex gip Marcello Mondello. Due paladini dell’antimafia accusati dalla procura di Catania di essere scesi a patti proprio con la mafia, falsificando carte e processi.
Per anni il palazzo e l’università erano sembrati due mondi diversi. Distanti. Assolutamente non comparabili. Nell’ateneo, amministrato fino al ‘98 dal rettore Diego Cuzzocrea, un medico massone iscritto alla loggia Giordano Bruno e esponente di una delle famiglie più facoltose di Messina, la vita scorreva monotona, scossa di tanto in tanto solo dagli scandali degli esami venduti e da incomprensibili episodi di violenza. Due professori gambizzati nel ‘90 e nel ‘95. Uno studente calabrese di medicina, Raffaele Sciarrone, ucciso a colpi di pistola il 10 dicembre dello stesso anno. Tre attentati dinamitardi organizzati nel ‘96 contro la Facoltà di economia e commercio, l’istituto di diritto privato e la segreteria di Giurisprudenza. Le minacce a un docente di Farmacia da parte di due allievi. Le auto del professor Angelo Sinardi, docente di Medicina, incendiate nel febbraio e nel dicembre del ‘97. E infine l’omicidio per eccellenza. Quello di un pupillo di Cuzzocrea, il professore associato di endoscopia diagnostica Matteo Bottari, ucciso da una scarica di pallettoni alle 21 e 20 del 15 gennaio ‘98.
Una scia di sangue che non nasce per caso. Perché a Messina, nei corridoi dell’università sono sempre stati gli uomini di Peppe Tiradritto, al secolo Giuseppe Morabito da Africo, boss della più potente ‘ndrina calabrese, a farla da padroni. E se, secondo l’accusa, a palazzo di giustizia Lembo addomesticava e condizionava le dichiarazioni del falso pentito Luigi Sparacio sulla base di una strategia decisa da Michelangelo Alfano, un mammasantissima di Bagheria arrivato sullo Stretto dopo essere stato inquisito da Giovanni Falcone, nelle aule dell’ateneo c’era chi si piegava ai voleri di Morabito. “U’ Tiradritto”, infatti, in università aveva un amico importante. Un docente che per anni era stato tutt’uno con il rettore Cuzzocrea: Giuseppe Longo, professore di gastroenterologia, ora in carcere perché accusato di essere il mandante dell’omicidio Bottari e di aver trafficato droga assieme ai suoi compari calabresi.
La sua, per una certa Messina, è una figura esemplare. Longo infatti riassume in sé tutte le caratteristiche che spiegano come mai questa sia davvero l’università più violenta d’Europa. Anche lui massone, iscritto alla loggia Sicilia Normanna della Comunione di Piazza del Gesù, Longo perde i favori di Cuzzocrea a fine ‘97. E da quel momento manovra nell’ombra per far eleggere al suo posto il prorettore Giacomo Ferraù. Longo infatti si rende conto che Cuzzocrea è stato bruciato dall’arrivo in città della commissione parlamentare Antimafia. Tutta Messina a quel punto si è ormai accorta che la Sitel, una delle 39 società della famiglia Cuzzocrea, aveva in appalto i sevizi informatici della farmacia del Policlinico: un affare che solo tra il 1989 e il 1993 aveva permesso ai Cuzzocrea di incassare quasi 8 miliardi.
Il professor Longo punta su Ferraù, ma gli va male. Le intercettazioni telefoniche e ambientali disposte nel corso delle indagini sull’omicido Bottari rendono evidente la manovra. Ed evidenti diventano anche i suoi legami con il clan Morabito. Si scopre così che già nel ‘91 gli agenti della questura di Reggio Calabria lo avevano sorpreso mentre cenava ad Africo con un folto gruppo di uomini della ‘ndrangheta e di criminali di Barcellona, un paese a pochi chilometri da Messina. Con lui, allora, c’era anche Rocco Morabito, uno degli affiliati alla cosca di Peppe Tiradritto, poi condannato per un’estorsione alla Sir, la società che ha in mano l’appalto della ristorazione nelle mense dell’università e della casa dello studente. Anche quello delle mense è un grande affare. Proprio per questo negli anni Settanta in università si erano già susseguiti attentati su attentati. Allora si volevano far vincere le gare proprio alle imprese di Africo. Negli anni ‘80 e ‘90 lo scenario non cambia.
Il 9 febbraio del 2000, davanti alla commissione Antimafia, Luigi Croce, il nuovo procuratore di Messina, dice: “In università abbiamo trovato traffico di droga, detenzione di armi, episodi di minacce ai professori che non si abbassano alle proposte e alle richieste dei vari personaggi che vanno girando: abbiamo trovato un’omertà che fa sembrare a livello di asilo infantile quella riscontrata nel Palermitano. C’è un muro di gomma che non ci consente di entrare in questo mondo per capire alcuni meccanismi, tra i quali anche quello che ha determinato l’omicidio del povero professor Bottari”.
A confermare la forza della ‘ndrangheta nei corridoi del Policlinico arrivano continuamente nuove indagini. Anche di altre procure. Una microspia nascosta per ordine dei pm di Reggio Calabria sulla Seat Ibiza del genero di Peppe Tiradritto, pure lui medico, svela i nomi di altri due docenti considerati vicini alle cosche. Sotto inchiesta per fatti di mafia, a metà marzo, finiscono così il titolare della cattedra d’immunologia, Aldo Misefari, e quello di biochimica, Salvatore Macaione. Macaione delegava gli esami a un laureato in veterinaria il cui compito, secondo l’accusa, era quello di promuovere gli studenti segnalati dal clan. Negli scorsi anni a Medicina arrivavano decine e decine di studenti dall’università di Milano e di Pavia che si iscrivevano a Messina per sostenere un unico esame. Superata la prova tornavano al nord. Anche loro erano calabresi. In università trovano pronti ad accoglierli ragazzi figli o amici dei boss, “spesso eletti come rappresentanti degli studenti in seno agli organi statutari”. Per questo ben pochi nell’ateneo si sono stupiti quando, tra dicembre e gennaio, durante due perquisizione della polizia nella Casa dello studente richieste dal nuovo rettore Gaetano Silvestri, è saltato fuori un bilancino di precisione, un fucile a canne mozze, libretti universitari contraffatti e timbri a secco rubati. Perché a Messina la mafia sta studiando. E vuole essere promossa.
Maggio 3rd, 2008 @ 12:23
Azz. E berlusconi vorrebbe rendere illegali le intercettazioni. In ogni caso, quell’immagine l’hai già usata.
Maggio 5th, 2008 @ 17:13
mu%r è confortante sapere queste cose perchè avevo avuto la mezza idea di andare nella casa dello studente e ora sò che se ho bisogno di droga o d’ammazzare qualcuno non devo uscire dal plesso a già non ho bisogno neppure d’andare a darmi gli esami ma siamo sicuri che è la casa dello studente e non quella del latitante
Maggio 8th, 2008 @ 14:02
mah…
Maggio 10th, 2008 @ 12:30
swê è un’analisi attenta quella che hai scritto, ma se vuoi veramente incidere sul cambiamento istituzionale devi essere ingrado di sostituirlo, e soltanto avendo una classe politica pulita ed una magistratura onesta si può fare. Per tutto ciò bisogna preparsi ad essere pronti al cambiamento e solo se i giovani come te studiano oggi questo sarà possibile fra 10 anni
Giugno 5th, 2008 @ 09:37
la cosa più vergognosa è che l’Universita è e resta in mano ai mafiosi, ai delinquenti, agli assassini.
Prima vengono indagati, si accerta di aver fatto traffico di droga, si scopre che hanno legami diretti con noti mafiosi ecc. e poi dopo qualche anno di carcere diventano vittime e vengono assolti…
Vedi giuseppe Longo,notabile gastroenterologo, vedi i Morabito. Ma esiste veramente la commissione parlamentare antimafia?
Il Longo è stato salvato in quanto massone dalla loggia Normanna della comunione di piazza del Gesù e in quanto legato alla famiglia mafiosa dei Morabito.
I cassetti della Procura di Messina sono pieni di prove e accuse nei confronti di queste”notabili persone”,ma sono rimasti ad ammuffire nei cassetti. Perchè? perchè in Italia la giustizia non esiste