“Benedetto Croce diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest’età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Io poeta vero non lo ero, e cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.
“Perché scrivo? Per paura. Per paura che si perda il ricordo della vita delle persone di cui scrivo. Per paura che si perda il ricordo di me. O Anche solo per essere protetto da una storia, per scivolare in una storia e non essere più riconoscibile, controllabile, ricattabile.”
“Gli artisti, maledizione! Un intellettuale integrato, poverino, io lo capisco: è uno che legge dentro le righe e capisce quello che succede molto più degli altri. Capisco che se non è artista, se non riesce a trasformare quello che capisce in qualcosa d’altro che arriva ancora meglio, deve integrarsi: l’artista è un anticorpo che la società si crea contro il potere. Se si integrano gli artisti, ce l’abbiamo nel culo!”
“Penso che in ogni organizzazione ci siano i germi della violenza: perché creare un’organizzazione vuol dire darsi delle regole. I loro capi per far sì che queste regole vengano rispettate creano all’interno le polizie e all’esterno per difendersi da altre organizzazioni che hanno regole differenti, creano gli eserciti. Credo che l’individuo da solo non abbia mai fatto la guerra a nessuno. Al massimo è finita con un paio di bastonate con un suo simile.”
“Si può fuggire per molti motivi: si può fuggire da una catastrofe, da una persecuzione: di solito in condizioni normali si fugge da un’angoscia: può essere quella della morte o più semplicemente dal timore dell’identificazione, dal controllo dell’autorità; si scappa dalla paura di essere identificati in un solo mestiere, in un solo atteggiamento, in una maschera.”
“La solitudine. L’unico status mentale, spirituale e talvolta necessariamente fisico, in cui si riesca a ottenere un contatto con l’assoluto, dentro di sé e fuori di se stessi. Intendo la solitudine come scelta, non l’isolamento che è sinonimo di abbandono e quindi di una scelta operata da altri. Personalmente mi considero una minoranza di uno e spesso trovo nella solitudine il modo migliore, forse l’unico, per preservarmi da attacchi esterni tesi anche inconsapevolmente ad interrompere il filo dei pensieri o a disturbare le sempre più rare vertigini di qualche sogno”
“Cioran, uomo di grande lucidità diceva che la vita, più che una corsa verso la morte, è una disperata fuga dalla nascita. Quando veniamo al mondo affrontiamo una sofferenza e un disagio che ci portiamo avanti tutta la vita, quelli di un passaggio traumatico da una situazione conosciuta all’ignoto. Questo è il primo grande disagio. Il secondo, non meno traumatico, è quando ci rendiamo conto che dovremo morire…L’uomo diventa “grande”, diventa spirituale o altro, quando riesce a superare questi disagi senza ignorarli. Ora, se a essi si aggiunge anche l’esercizio della solitudine, ecco che allora forse, a differenza di altri, che vivono protetti dal branco, alla fine della tua vita riesci a “consegnare alla morte una goccia di splendore” Credo che l’uomo, per salvarsi, debba sperimentare l’angoscia della solitudine e dell’emarginazione. La solitudine, come scelta o come costrizione, è un aiuto: ti obbliga a crescere. Questa è la salvezza”